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"La primavera della strummula" recensione di Marco Valenti sul blog Libroguerriero di Marilù Oliva

#grandangolo di Marco Valenti

https://libroguerriero.wordpress.com/2024/01/20/la-primavera-della-strummula-di-filippo-la-torre-i-buoni-cugini-editore/2/

Una volta si sarebbe detto “tratto da una storia vera”. Oggi i tempi sono cambiati, e molte delle espressioni di un tempo sono andate lentamente a sparire, sostituite da neologismi che non aggiungono nulla, ma che sembrano divenuti imprescindibili. Sta di fatto che “La primavera della strummola” è davvero parte di quella che potremmo considerare come l’autobiografia romanzata di Filippo La Torre.

Nelle pagine del romanzo troviamo infatti le vicende che hanno caratterizzato i cinque anni che l’autore ha dovuto trascorrere nell’Istituto Superiore dell’Infanzia Abbandonata di Palermo. I suoi sono i ricordi

di un bambino vissuto in un collegio per orfani o disadattati, che s’innestano nelle condizioni di vita di un piccolo agglomerato di case abitate prevalentemente da braccianti agricoli, quasi un guscio, nella periferia di Palermo: il Baglio di Villa Nave.

“Dumani ti portu in una casa granni. U sai? Ci sunnu tanti picciriddi. Tra setti jorna ti vegnu a truvari e se u postu nun ti piaci, ritorni a casa cu mia” […] “Figlio mio, ci dobbiamo separare. Ho la morte nel cuore ma ho la consapevolezza che dovunque sarai, ti troverai meglio. Adesso dovrò fare violenza a me stessa per sorriderti, e invece ho solo sofferenza. Dovrò mentirti, come già ti mento. Tra una settimana non ritornerai a casa, ma ho la forte speranza che tu avrai un futuro migliore. Studierai e avrai la pancia sempre piena, anche di sole spine, ma piena!” Questi erano i pensieri nascosti e le parole non dette di mia madre nell’anno 1951, mese di agosto.

Ovvio che, con una premessa del genere, si sia portati ad approcciare il volume con uno sguardo meno disincantato e, almeno parzialmente, condizionato. “La primavera della strummula” però stravolge sin da subito tutto quanto, lasciandosi apprezzare, per il suo stile avvincente e, in alcuni momenti davvero travolgente, che esula da tutta quella serie di cliché che, spesso, saturano i romanzi che approcciano gli stessi argomenti. Si tratta certamente, non serve nemmeno ribadirlo, di argomenti delicati, che guardano all’infanzia, e in particolare alle difficoltà e alle privazioni che gravano su tutti quei minori che, come il protagonista, vedono troppo prematuramente sparire l’innocenza di un mondo che hanno appena iniziato a conoscere.

Dalla spensieratezza del Baglio alle regole dell’istituto, il passo è davvero troppo breve. E il soggiorno, che avrebbe dovuto essere di una settimana, finirà tristemente per prolungarsi per cinque lunghissimi anni, in cui Filippo dovrà necessariamente rivedere e riscrivere la propria vita. Non ci sarà tempo per la sua infanzia, dovrà crescere in fretta, facendo, sin da subito, conoscenza con le delusioni di un’esistenza in salita. La perdità dell’innocenza quindi, ma anche, più materialmente parlando, delle piccole cose e dei gesti di tutti i giorni, caratterizzeranno la sua permanenza in istituto. Sapori, odori e ritualità del baglio finranno per essere archiviato come sbiaditi ricordi di un tempo che non tornerà.

Ci sono stati momenti della mia vita che avrei voluto gridare o stare zitto con le labbra incollate, battere così forte i piedi da far rimbombare i pavimenti o rimanere immobile in attesa della morte. Quella volta rimasi con lo sguardo vuoto, a guardare il nulla, con le braccia inerti, scivolate sul corpo. Le mie mani erano chiuse in un pugno e io le stringevo quasi a farmi male.

Per lui, come per tutti i bambini relegati ai margini, che hanno visto il mondo da una posizione di svantaggio, non è stato e non sarà facile cancellare il ricordo di un passato che ha inciso solchi davvero troppo profondi sulla sua pelle. Alcune cicatrici restano per sempre, e la maturità dei nostri giorni, in cui Filippo vive da adulto, non aiuta in alcun modo a venire a patti col passato. Ricordi in bianco e nero che niente e nessuno saprà mai rendere a colori, neanche grazie alla tecnologia di cui disponiamo oggi.

Se in quel giorno di fine agosto fosse caduta la pioggia, le gocce sarebbero state stille di piombo o lacrime di sangue rappreso.

Il romanzo si apre negli anni ’50, nella periferia palermitana alle prese con una quotidianità lontana da quel boom economico che nel resto del paese sta dilagando. Qui siamo in una sorta di enclave chiusa in sé stessa, in cui regole non scritte, tramandate da sempre, e forti dell’impossibilità di emanciparsene, dettano legge. Ma al tempo stesso permettono ai bambini di crescere con la giusta lentezza e la giusta distanza da un mondo che sta iniziando a correre troppo velocemente.

“Che cosa scriverebbero oggi le mie mani senza memoria? […] Alcune di queste mie memorie sono molto nitide e hanno radici forti nella mia mente come se fossero scolpite nella ciaca più dura, anche se peccano di un filo cronologico. Altri ricordi sono annacquati dal tempo e la loro solidità è incerta ma sono mantenuti vivi da forti e brevi emozioni. Ancora oggi.”

Ci sono libri che lasciano interdetti, e libri che lasciano dentro sensazioni che sono sfiorano e a volte sublimano il dolore. “La primavera della strummula” appartiene sicuramente a quest’ultima categoria. Il suo carico emotivo, e la facilità di immedesimazione, lo contraddistinguono tra i tanti che quotidianamente ci passano davanti agli occhi, in quella sfilata di vanità che sono diventati i mezzi di comunicazione contemporanei nel momento in cui si sono assogettati alle regole dei social network, e in cui la superficialità regna incontrastata.

Lo spessore di un testo come questo, che guarda al passato, senza ipocrisia e senza vergogna, lo rende una lettura tanto gradevole, quanto pregna di contenuti, che non possono non portarci a riflettere su come le nostre esistenze differiscano per pochi, infinitesimali dettagli, che però, alla lunga, assumono un’importanza decisiva per farci crescere in modo differente, pur se appartenenti allo stesso mondo.

Un libro toccante, che scava nel profondo delle nostre vite, riportandoci con la mente agli anni che per noi sono stati spensierati, ma che per altri, meno fortunati, hanno rappresentato un trauma che li ha condizionati per sempre. Nell’età della conoscenza e delle scoperte il mondo agli occhi è lo stesso, ma è troppo differente l’approccio che possiamo permetterci di mettere in atto.

La regola di base è sempre la stessa. E viene puntualmente disattesa. Partire alla pari.

"La primavera della strummula" l'infanzia di Filippo La Torre nel suo nuovo libro. Grazie a Amalia Vingione per la bella recensione su 361 Magazine

“La primavera della strummula” è il racconto che Filippo La Torre fa dei cinque anni trascorsi in un istituto per l’infanzia abbandonata.


 

https://361magazine.com/la-primavera-della-strummula-linfanzia-di-filippo-la-torre-nel-suo-nuovo-libro/
 
La primavera della strummula (I Buoni Cugini editori) è un libro toccante e commovente, in cui l’autore, Filippo La Torre, racconta i cinque anni trascorsi nell’Istituto Superiore dell’Infanzia Abbandonata. La Torre mette per iscritto, in maniera particolarmente efficace, le emozioni e le sensazioni provate in quell’arco di tempo: giorni felici nel suo luogo natio, il Baglio di Villa Nave, in contrapposizione alle rigide regole dell’Istituto, il tutto raccontato attraverso gli occhi di quel bambino con il quale il lettore non può empatizzare.
Il libro affronta temi importanti come l’infanzia abbandonata, le privazioni e la mancanza di libertà, le difficoltà di vita negli anni ’50 del secolo scorso, soprattutto nelle zone a forte vocazione contadina. La narrazione dei fatti o, meglio, dei ricordi è così vivida da non lasciare spazio a fraintendimenti: sono anni difficili, colmi di lacrime, tristezze, desideri, attese, ma che a volte lasciano spazio a piccole grandi vittorie.
Nella prefazione scrive Filippo La Torre: “Nacqui in una stalla e non c’era nemmeno una finestra, nemmeno una grata a lasciare fuori luci e suoni. Tutto quello che sarebbe venuto dopo, era solo libertà. E così fu ma solo per cinque brevi anni”.
Il libro si apre con i ricordi al Baglio, un “grande palcoscenico” dove “i teatranti si alternavano, anno dopo anno, vivendo la loro inconsapevole recita”. Il Baglio è, però, molto più di un palcoscenico: è un’alcova, in cui ci si sente protetti nonostante i soprusi del signorotto di turno. Molto bello e significativo a tal proposito è il racconto di un episodio in particolare, a cui Filippo La Torre assiste durante un periodo di vacanza. Un proprietario terriero locale, don Nenè, possedeva un pastore tedesco particolarmente feroce, che desiderava far combattere con Ferraù, il cane della famiglia La Torre, il più rispettato del circondario a cui tutti, uomini e animali, porgono ossequiose attenzioni. Il combattimento si tenne e la vittoria di Ferraù sancisce il suo dominio sull’altro.
Al di là dell’evento in sé, l’episodio ci insegna che il vero valore delle cose consiste nella lealtà, nella semplicità, nell’onestà, nell’amore. Se non si posseggono queste caratteristiche, nessun bene materiale potrà renderci persone migliori o rispettabili.
Con questo libro scopriamo anche i luoghi, i sapori e gli odori di un tempo che ormai sembra perduto: la semplicità di mangiare frutti di stagione colti direttamente dalla pianta, i profumi e i sapori dei limoni, il caldo della stagione estiva e i tuffi nelle vasche di raccolta dell’acqua raccontati all’inizio del romanzo, ma anche la felicità provata in un regalo inaspettato.
Su tutta la narrazione aleggia un forte sentimento di malinconia, dettato da quegli anni duri che non sono mai del tutto passati. Dice l’autore: “Non sono riuscito a liberarmi dalle innumerevoli sfumature di grigio che in alcuni momenti affogano nel nero più nero, ma questa è stata la mia vita e quella di tanti bambini cresciuti come me ai margini della società, che soltanto un destino ferocemente avverso ha deviato dalle strade tracciate”.
Tuttavia, attraverso questa narrazione – i cui personaggi ed episodi posseggono la stessa potenza dei protagonisti di Charles Dickens – si ha la sensazione che l’autore compia una sorta di catarsi esistenziale, in cui c’è il tentativo di pareggiare i conti con un passato che non può essere cancellato, ma al quale si può guardare con quella compassione e dolcezza che solo l’età matura è in grado di dare.

 

Amalia Vingione